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Fiabe di LaFontaine

Il lupo e l'agnello

Un agnello si dissetava alla corrente di un ruscello purissimo.

Sopraggiunse un lupo in caccia: era digiuno e la fame lo aveva attirato in quei luoghi.
« Chi ti dà tanto coraggio da intorbidare l'acqua che bevo?» disse questi furioso.
« Sire... » rispose l'agnello « io sto dissetandomi nella corrente sotto di lei, per ciò non posso intorbidare la sua acqua!»
« La sporchi» insisté la bestia crudele « E poi so che l'anno scorso hai detto male di me.»
« Io?! Ma se non ero nato» rispose l'agnello.
« Se non sei stato tu, è stato tuo fratello.»
« Non ho fratelli.»
« Allora qualcuno dei tuoi; perché voi, i vostri pastori e i vostri cani ce l'avete con me. Me l'hanno detto: devo vendicarmi.»

Detto questo il lupo trascinò l'agnello nel fitto della foresta e se lo mangiò.


Il pesciolino e il pescatore

Sappiamo tutti che i pesciolini cresceranno e diventeranno più grossi purché Dio conceda loro di vivere abbastanza per arrivarci; ma lasciarseli sfuggire in attesa di ciò, ritengo sia una pazzia bella e buona, perché non si è affatto certi di riacchiapparli al momento giusto.
Un carpioncino, ancora di minuscole proporzioni, fu preso da un pescatore in riva al fiume.
"Tutto fa numero- disse l'uomo, guardando il suo scarso bottino - anche questo è meglio di niente e può servire da frittura per la cena: riponiamolo dunque con cura nel cestello".
Il povero carpioncino gli si rivolse allora, parlando come poteva nel suo linguaggio:
"Che contate fare di me? Non vedete che posso tutt'al più bastare per un mezzo boccone? Lasciatemi diventare adulto, poi mi ripescherete e mi potrete vendere a caro prezzo a qualche ricco signore per la sua tavola. Se mi teneste adesso, dovreste mettervi a cercarne almeno un centinaio della mia misura per allestire un piatto appena appena decente, date retta a me, appena appena decente".
"Va bene, va bene - borbottò il pescatore - simpatico pesciolino che sapete predicare tanto bene; per conto mio intanto vi butterò in padella e, dite pure quello che volete, vi farò friggere questa sera stessa".
Meglio un pesciolino oggi che due pesci domani, perché questo almeno è sicuro e gli altri non lo sono.

La cicala e la formica

L'estate passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli alberi e cantava, cantava, cantava.
Venne il freddo e la cicala imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo.
Si ricordò che la formica per tutta l'estate aveva accumulato provviste nella sua calda casina sotto terra.
Andò a bussare alla porta della formica.
La formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio.
- Cosa vuoi? - chiese con aria infastidita.
- Ho freddo, ho fame….- balbettò la cicala.
Dietro di lei si vedeva la campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano pieni di neve.
- Ma davvero? - brontolò la formica - lo ho lavorato tutta l'estate per accumulare il cibo per l'inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle giornate di sole?-
- Io ho cantato!-
- Hai cantato? - Bene… adesso balla!-
La formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta, mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si allontanava, ad ali basse, nella campagna.

Il corvo e la volpe

Sen stava messer Corvo sopra un albero con un bel pezzo di formaggio in becco,
quando la Volpe tratta al dolce lecco di quel boccon a dirgli cominciò:
- Salve, messer del Corvo, io non conosco uccel di voi più vago in tutto il bosco. Se è ver quel che si dice che il vostro canto è bel come son belle queste penne, voi siete una Fenice -.
A questo dir non sta più nella pelle il Corvo vanitoso: e volendo alla Volpe dare un saggio del suo canto famoso, spalanca il becco e uscir lascia il formaggio.
La Volpe il piglia e dice:
- Ecco, mio caro, chi dell’adulator paga le spese. Fanne tuo pro’ che forse la mia lezione vale il tuo formaggio -.
Il Corvo sciocco intese e (un po’ tardi) giurò d’esser più saggio.


La Gatta cambiata in Donna

C'era una volta un Uomo ed una Gatta,
una Gatta sì cara fra le care,
ch'ei ne provava una passione matta
a sentirla soltanto miagolare.
E pregò tanto il cielo, che il Destino
per contentare le sue strane voglie,
a forza d'incantesimo, un mattino
la fece donna e gliela diede in moglie.
Dir non vi posso in rima
i baci e le finezze e le carezze,
che fa questa sposina al malinconico
suo marito, più pazzo ancor di prima.
Essa lo bacia ed ei muore distrutto
nel ben della sua Gatta,
che crede donna in tutto e dappertutto.
Un giorno, sul più bello, ecco le pare
d'udire un topolino a rosicchiare...
Alzasi, guarda, ascolta,
le pare e non le par; ma un'altra volta
che il topo venne, e sotto la sembianza
di donna non conobbe ancor la Gatta,
questa, dall'indol tratta,
ad inseguirlo prese per la stanza.
Tale e tanta è la forza di natura,
che a un certo punto più non si ripiega:
invano poi di toglier si procura
la fragranza che il vaso abbia assorbita,
o alla stoffa di togliere la piega.
Càcciala fuori a colpi di bastone,
a colpi di staffile pur la caccia,
àrmati pur di forca e di balestra,
l'indole torna... e se le chiudi in faccia
la porta, tornerà dalla finestra.



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le illustrazioni sono di Avian degli amici del forum di pinu


Jean de La Fontaine